Lettera a mio nonno che non ha mai potuto raccontare la sua storia
Caro nonno
Non so da dove cominciare, quindi comincio da quello che mi pesa di più: non ti ho fatto abbastanza domande.
Avevo tempo. Avevo occasioni. Ogni domenica, quando venivamo a mangiare a casa tua e tu ti sedevi su quella sedia di paglia accanto alla finestra, avrei potuto chiederti più cose. Avrei potuto chiederti di raccontarmi ancora quella storia dell'asino che scappò la notte della tempesta. Avrei potuto chiederti come si chiamava l'amico con cui lavoravi alla mietitura del sessantatre. Avrei potuto sedermi accanto a te con un quaderno e annotare tutto, come spiegano in quella guida su come documentare la storia della tua famiglia.
Ma non l'ho fatto. Perché avevo vent'anni, e a vent'anni si crede che il tempo avanzi. Che i nonni ci saranno sempre. Che le storie possano sempre aspettare.
Non possono.
Quello che ricordo di te
Ricordo le tue mani. Erano enormi, screpolate, con le unghie sempre corte e la pelle indurita dal sole e dalla terra. Mani che avevano lavorato dagli otto anni, quando tuo padre ti tolse dalla scuola perché servivi più nei campi che in aula. Non te ne sei mai lamentato. O se l'hai fatto, non è mai stato davanti a noi.
Ricordo che ti alzavi prima dell'alba. Tutti i giorni. Comprese le domeniche, anche se la nonna ti diceva di riposare. Dicevi che la terra non conosce i festivi, e te ne andavi con la zappa in spalla mentre il paese dormiva ancora.
Ricordo l'odore di legna nella cucina d'inverno. Ricordo il suono dell'acqua che cadeva nella vasca del cortile. Ricordo che portavi sempre un berretto, anche in agosto, e che te lo toglievi solo per entrare in chiesa e per dormire.
Ricordo che mi insegnasti a distinguere i tipi di terra con le mani. Che la terra argillosa si attacca alle dita e quella sabbiosa scivola via. Che se la terra ha un buon odore dopo la pioggia, vuol dire che è sana. Avevo sette anni e pensavo fosse la cosa più interessante del mondo. Ora penso che lo sia ancora.
Ricordo che non parlavi mai della guerra. Che quando qualcuno tirava fuori l'argomento, cambiavi discorso o te ne andavi nell'orto. Solo una volta, una volta sola, ti ho sentito dire qualcosa. Era un pomeriggio d'estate, seduto sotto il portico con tuo fratello Marcelino, quando credevate che nessuno vi sentisse. Dicesti qualcosa di un sentiero, di camminare di notte, di avere fame. Non capii tutto. Non osai mai chiederti.
Quello che non so di te
È una lista lunga, nonno. Vergognosamente lunga.
Non so dove sei nato esattamente. So che fu in un podere vicino al paese, ma non so quale. Non so se avesti dei padrini o chi ti diede il tuo nome. Non so in quale scuola andasti i pochi anni che ci andasti, né chi fosse il tuo maestro, né se ti piacesse studiare.
Non so come conoscesti la nonna. Ho sentito versioni diverse: che fu alla fiera, che fu al lavatoio, che vi presentò un cugino. Non ho mai saputo quale fosse quella vera perché non te l'ho mai chiesto direttamente.
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